Non sei stanco: sei fuori assetto
- Dott. Alessandro Garau

- 1 gen
- Tempo di lettura: 8 min

Quando la stanchezza non spiega più niente
A un certo punto la parola “stanchezza” smette di spiegare quello che stai vivendo. Continui a usarla perché è comoda, perché è socialmente accettabile, perché non mette in discussione nulla di profondo. “Sono stanco” non chiede cambiamenti, non crea attrito, non obbliga a guardare più a fondo. È una parola neutra, anestetica. Ma quando la stanchezza dura mesi, a volte anni, non è più stanchezza. È un segnale che stai vivendo fuori assetto.
Essere fuori assetto non significa stare male. Ed è proprio questo il problema. Funzioni. Ti alzi, lavori, decidi, rispondi, reggi. Dall’esterno non c’è nulla che faccia pensare a una difficoltà reale. Anzi, spesso sei tu quello che tiene insieme le cose. Quello affidabile. Quello lucido. Quello che “ce la fa”. Eppure dentro senti una frizione costante, una tensione di fondo che non si scioglie nemmeno quando potresti rilassarti.
Il riposo non rigenera davvero. Il tempo libero non è mai del tutto libero. Anche quando ti fermi, una parte di te resta in allerta. La mente continua a girare, il corpo non molla, le decisioni costano più di prima. Non sei esausto, ma nemmeno fresco. Sei in una zona intermedia che consuma lentamente.
Questa condizione viene spesso scambiata per stress, ma non lo è. Lo stress è una risposta a un carico. L’assetto è il modo in cui stai dentro quel carico. Puoi avere poco stress ed essere fuori assetto, oppure reggere carichi enormi ed essere in assetto. La differenza non sta in ciò che fai, ma in come il tuo sistema regge ciò che fai.
Quando l’assetto è saltato, continui a vivere con strategie che funzionavano in un’altra fase della tua vita. Strategie di tenuta, di controllo, di adattamento. Strategie che ti hanno portato lontano, ma che ora chiedono un prezzo troppo alto. Non perché siano sbagliate, ma perché non sono più adatte alla persona che sei diventato.
Il punto critico è che nessuno ti ha mai insegnato a riconoscere questo passaggio. Sei cresciuto imparando a reggere, non a rinegoziare. A stringere i denti, non a riallinearti. Così, quando qualcosa inizia a scricchiolare, fai l’unica cosa che sai fare: reggi ancora un po’. E poi ancora. E poi ancora.
Essere fuori assetto significa vivere in compensazione. Compensi con la testa ciò che il corpo segnala. Compensi con il controllo ciò che non senti più fluido. Compensi con l’abitudine ciò che ha perso senso. Non è una scelta consapevole. È un adattamento silenzioso.
Questo articolo non nasce per dirti che devi fermarti, cambiare tutto o stravolgere la tua vita. Nasce per mettere una parola precisa dove finora hai usato parole generiche. Perché finché chiami stanchezza qualcosa che è disallineamento, continuerai a cercare soluzioni sbagliate. Riposo, vacanze, pause, ottimizzazioni. Tutte cose utili, ma insufficienti se il problema è strutturale.
Non sei stanco.Stai vivendo con un assetto che non ti rappresenta più.
E finché non lo riconosci, continuerai a funzionare.Ma a costo tuo.
Funzionare bene non significa essere in assetto
Una delle trappole più pericolose per una persona competente è questa: confondere il funzionamento con l’allineamento. Finché le cose vanno avanti, finché i risultati arrivano, finché il ruolo è tenuto, tutto viene interpretato come prova che “va bene così”. È un errore sottile, ma devastante nel tempo.
Puoi funzionare benissimo ed essere completamente fuori assetto.
Funzionare significa rispondere alle richieste. Essere in assetto significa che ciò che fai è sostenibile per il tuo sistema nel tempo. La differenza non si vede subito. Non fa rumore. Non genera crisi evidenti. Ed è proprio per questo che viene ignorata.
Quando sei fuori assetto, il tuo sistema nervoso lavora costantemente in modalità compensazione. La mente prende il comando, il corpo viene zittito, le emozioni vengono gestite più che sentite. Non perché tu non sappia ascoltarti, ma perché non puoi permetterti di farlo davvero. Ascoltarti rallenterebbe. E rallentare, per come hai imparato a vivere, non è un’opzione.
Così sviluppi un funzionamento efficiente, ma rigido. Sei lucido, ma meno flessibile. Sei presente, ma sempre con una parte di te in difesa. Decidi, ma con un rumore interno che prima non c’era. Non sbagli strada, ma perdi finezza. E questa perdita di finezza è il primo segnale serio di disallineamento.
Il problema è che dall’esterno nessuno lo vede. Vedono una persona che regge, che risolve, che porta avanti le cose. Spesso vieni anche premiato per questo. Più responsabilità, più richieste, più aspettative. E ogni premio diventa un ulteriore vincolo a non fermarti.
Dentro, però, inizi a sentire una distanza. Tra ciò che fai e ciò che senti. Tra le decisioni che prendi e il modo in cui le vivi. Tra l’immagine di te che gli altri vedono e l’esperienza reale che fai di te stesso. Non è insoddisfazione. È scollamento.
Molti cercano di colmare questo scollamento aggiungendo stimoli. Nuovi obiettivi, nuove sfide, nuovi progetti. Altri fanno l’opposto e cercano di sottrarre: meno impegni, più tempo libero, più pause. Ma se l’assetto resta lo stesso, né l’aggiunta né la sottrazione risolvono il nodo. Cambia la superficie, non la struttura.
Essere in assetto non significa fare meno. Significa non dover forzare continuamente il sistema per fare ciò che fai. Quando sei in assetto, l’energia fluisce. Quando non lo sei, l’energia viene spinta. E spingere, nel tempo, consuma.
La differenza la senti in modo molto preciso: quando sei in assetto, anche le giornate intense hanno un inizio e una fine. Quando non lo sei, la giornata non si chiude mai davvero. Vai avanti per inerzia. Recuperi solo parzialmente. Riparti senza aver davvero ricaricato.
Questa condizione viene spesso normalizzata perché “fa parte dell’età”, “fa parte delle responsabilità”, “fa parte del successo”. Ma non è vero. Fa parte di un assetto che non è stato aggiornato. E continuare a vivere così significa accettare come normale una forma di consumo che non lo è affatto.
Funzionare non basta più.Se continui a funzionare fuori assetto, il sistema prima o poi presenterà il conto. Non per punizione, ma per fisiologia.
Rimettere assetto non è un lusso.È manutenzione profonda.
Il corpo paga prima, la mente giustifica dopo
C’è una dinamica che si ripete sempre uguale nelle persone fuori assetto: il corpo segnala, la mente razionalizza. Il corpo manda messaggi chiari, ma non drammatici. Tensione costante. Sonno leggero. Difficoltà a staccare davvero. Una stanchezza che non crolla mai, ma non se ne va nemmeno. La mente interviene subito per sistemare tutto: “È solo un periodo”, “È normale alla mia età”, “Passerà quando rallento un attimo”.
Il problema è che quel rallentamento non arriva mai. O arriva in forma cosmetica: una vacanza, una pausa, qualche giorno diverso. Il corpo si quieta un po’, giusto il tempo di rientrare nei ranghi, poi tutto riparte esattamente come prima. Perché non è il carico il problema. È l’assetto con cui il carico viene retto.
Il corpo è sempre il primo a pagare quando vivi in disallineamento, perché non sa mentire come la mente. La mente è straordinaria nel trovare spiegazioni sensate per giustificare una condizione che, in realtà, non è più sostenibile. Razionalizza, normalizza, minimizza. Trasforma segnali strutturali in fastidi temporanei.
Questa dinamica crea un paradosso pericoloso: più sei intelligente, più sei capace di restare fuori assetto a lungo. Più sei competente, più riesci a compensare. Più hai esperienza, più sai “tenere botta”. E così facendo allunghi il tempo prima che qualcosa esploda, ma aumenti il costo complessivo che pagherai.
Non si tratta di ascoltare ogni minimo segnale come se fosse un campanello d’allarme. Si tratta di riconoscere quando i segnali smettono di essere episodici e diventano una condizione di base. Quando il corpo non torna mai davvero neutro. Quando la tensione non è più una risposta, ma uno stato.
In quel momento, continuare a spiegarsi le cose non serve più. Serve fermarsi a leggere ciò che il corpo sta dicendo con estrema coerenza: “Così non è sostenibile”. Non perché tu stia facendo qualcosa di sbagliato, ma perché stai facendo le cose giuste con un assetto che non è più aggiornato.
Il corpo non chiede di smettere. Chiede di essere riallineato. Chiede che ciò che fai sia compatibile con il modo in cui sei cambiato. Chiede che la tua vita non venga più retta tutta dalla testa, dal controllo, dalla volontà.
Quando ignori questo passaggio, il rischio non è il crollo immediato. È qualcosa di più sottile: perdi sensibilità. Ti abitui a vivere con meno presenza. Accetti come normale una qualità di vita più bassa pur di continuare a funzionare. E questo abbassamento progressivo diventa invisibile, perché avviene a piccoli passi.
Il lavoro sull’assetto parte sempre da qui: dal restituire dignità ai segnali corporei senza trasformarli in patologia. Dal riconoscere che il corpo non è un ostacolo alla performance, ma il primo indicatore della sua sostenibilità. Dal smettere di chiedergli di adattarsi a una forma di vita che non gli appartiene più.
Finché la mente giustifica e il corpo paga, il disallineamento resta. Quando inizi a leggere il corpo come un alleato e non come un problema da gestire, qualcosa cambia. Non perché tutto si risolve, ma perché smetti di andare contro te stesso senza accorgertene.
Riallineare non è rallentare: è smettere di consumarsi
Quando si parla di riallineamento, molti sentono subito una minaccia implicita: fermarsi, fare meno, rinunciare, abbassare il livello. È una reazione comprensibile, soprattutto per chi ha costruito la propria identità sulla capacità di reggere, decidere, portare avanti. Ma è anche l’equivoco più grande.
Riallineare non significa rallentare per forza.Significa smettere di vivere in attrito.
Il vero problema delle persone fuori assetto non è la quantità di cose che fanno, ma la quantità di energia che serve per farle. È lo sforzo costante per restare centrati. È la vigilanza continua. È la sensazione di dover tenere tutto sotto controllo perché, se molli un attimo, qualcosa potrebbe cedere.
Questo non è impegno. È usura.
Riallineare vuol dire riportare coerenza tra ciò che sei oggi e il modo in cui stai vivendo. Vuol dire aggiornare l’assetto con cui affronti le tue giornate, non cambiare le giornate. È un lavoro che non si vede da fuori, ma che cambia radicalmente l’esperienza interna.
Quando l’assetto torna, accade qualcosa di molto concreto: le stesse cose iniziano a costare meno. Le decisioni diventano più pulite. Il corpo smette di opporsi. Il recupero torna possibile. Non perché la vita diventi semplice, ma perché smette di essere una lotta continua contro te stesso.
Questo è il punto che segna la differenza tra chi continuerà a funzionare consumandosi e chi imparerà a durare. Perché la vera linea di confine, nella vita adulta, non è tra successo e fallimento. È tra sostenibilità e logoramento.
Non tutti arrivano a porsi questa domanda. Molti tirano dritto finché il corpo o la vita non li costringono a fermarsi. Altri, più lucidi, scelgono di intervenire prima. Non perché siano più deboli, ma perché sono più responsabili verso sé stessi.
Questo spazio nasce per queste persone. Non per chi vuole spingere di più. Non per chi cerca l’ennesima tecnica. Ma per chi sente che continuare così ha un prezzo che non vuole più pagare.
Riallineare non è una scorciatoia. Non è un trucco. Non è un percorso rapido. È un lavoro adulto, profondo, spesso scomodo, perché ti costringe a guardare dove stai forzando da troppo tempo. Ma è anche l’unico lavoro che restituisce continuità invece di promettere picchi.
Se leggendo questo articolo senti fastidio, va bene. Vuol dire che tocca un punto reale. Se senti sollievo, ancora meglio. Vuol dire che qualcosa in te stava aspettando di essere nominato.
Da qui in avanti il tema non sarà migliorare.Sarà rimettere assetto.Per funzionare bene.E durare nel tempo. Dott. Alessandro Garau - ARMONIA™ — Riallineamento profondo per chi non vuole consumarsi


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