Se nel 2026 vuoi spingere di più, questo spazio non è per te
- Dott. Alessandro Garau

- 31 dic 2025
- Tempo di lettura: 7 min

PERCHÉ NON LAVORO PIÙ SUL MIGLIORAMENTO
C’è una cosa che nel tempo è diventata impossibile ignorare: la maggior parte delle persone competenti non ha bisogno di migliorare. Ha bisogno di smettere di consumarsi.
Per anni ho lavorato sul miglioramento. Performance, obiettivi, gestione dello stress, crescita personale. Funzionava. Le persone ottenevano risultati, imparavano strumenti, facevano passi avanti. Ma sotto quella superficie ordinata ho visto accumularsi qualcosa che nessun corso, nessuna tecnica, nessun piano d’azione stava davvero risolvendo.
Un logoramento silenzioso.
Persone che funzionano, che reggono, che decidono, che portano avanti responsabilità reali. Persone affidabili. Quelle su cui tutti contano. Quelle che non possono permettersi di crollare. E proprio per questo imparano a stringere i denti, a normalizzare la tensione, a chiamare “carattere” ciò che in realtà è adattamento forzato.
Il problema è che il miglioramento, quando sei già sotto pressione, diventa un’ulteriore richiesta. Un altro standard da reggere. Un altro “devi”. Migliora la gestione del tempo. Migliora la comunicazione. Migliora la resilienza. Migliora te stesso. Sempre tu. Sempre un po’ di più.
A un certo punto ho capito che non era più onesto continuare a chiamare questo lavoro “crescita”. Perché non stava facendo crescere. Stava mantenendo in piedi sistemi umani fuori assetto.
Dal 2026 smetto di lavorare sul miglioramento perché il miglioramento, senza assetto, accelera il consumo. È come chiedere a una struttura storta di reggere più peso. Può farlo. Per un po’. Ma il conto arriva sempre, e arriva tutto insieme: nel corpo, nelle relazioni, nella lucidità mentale, nel piacere di fare le cose che prima avevano senso.
Non è una crisi. È peggio. È l’abitudine a funzionare male bene.
L’assetto è un’altra cosa. L’assetto non chiede di fare di più. Chiede di rimettere ordine. Di riallineare ciò che sei, ciò che senti e il modo in cui stai vivendo. L’assetto non è equilibrio soft, non è benessere da copertina, non è rallentare per forza. È tornare a stare dentro la propria vita senza doverla reggere a forza.
Quando l’assetto c’è, la performance smette di essere una lotta. Le decisioni smettono di essere rumorose. Il corpo smette di fare resistenza. Non perché tutto diventa facile, ma perché smette di essere contro di te.
Questa è la mia presa di posizione. Netta. Non lavoro più per aiutare le persone a diventare versioni migliori di sé stesse mentre continuano a ignorare i segnali. Lavoro per aiutare persone competenti a tornare in assetto, così da poter durare nel tempo senza rompersi.
Se stai cercando qualcosa che ti spinga di più, qui non lo troverai. Se invece senti che continuare così ha un costo che non vuoi più pagare, allora quello che verrà dal 2026 in avanti potrebbe finalmente avere senso.
NON È STRESS: È UN SISTEMA FUORI ASSETTO
Una delle cose più fuorvianti che abbiamo fatto negli ultimi anni è chiamare tutto “stress”. È diventata una parola comoda, rassicurante, quasi neutra. Sei stanco? Stress. Dormi male? Stress. Sei irritabile, teso, meno lucido? Sempre stress. Come se fosse un fenomeno esterno, temporaneo, risolvibile con un po’ di riposo, qualche tecnica, due giorni staccando la spina.
Ma le persone con cui lavoro non sono “stressate”. Sono in allerta cronica.
C’è una differenza enorme. Lo stress è una risposta. L’allerta cronica è una condizione. È quando il sistema nervoso smette di spegnersi davvero. Anche quando potresti. Anche quando sei fermo. Anche quando “va tutto bene”.
Lo vedi da segnali precisi: il corpo non molla mai del tutto, il sonno non è rigenerante, la mente resta accesa anche nei momenti vuoti, le decisioni diventano faticose, le emozioni vengono tenute sotto controllo più che sentite. Non perché sei fragile. Ma perché sei adattato.
Questo tipo di funzionamento non nasce dal nulla. Nasce da anni di responsabilità, di pressione, di ruoli tenuti insieme. Nasce dall’essere quello che regge, quello affidabile, quello che non può permettersi di andare in tilt. A un certo punto il sistema impara che stare in allerta è la norma. E quando la norma diventa questa, non te ne accorgi più.
Il problema è che in allerta non si vive. Si resiste.
E qui il miglioramento diventa pericoloso. Perché chiedere a una persona in allerta cronica di “gestire meglio lo stress” equivale a dirle di adattarsi ancora. Di diventare più brava a funzionare in una condizione che non è sostenibile. È un perfezionamento dell’adattamento, non una soluzione.
Io non lavoro per renderti più resiliente a un assetto sbagliato. Lavoro per rimettere in asse il sistema.
Quando parlo di assetto, parlo di come il corpo percepisce sicurezza o minaccia. Parlo di come la mente prende decisioni quando non è sotto rumore costante. Parlo di come una persona torna a sentire continuità tra ciò che pensa, ciò che sente e ciò che fa. Senza dover forzare nulla.
Finché il sistema resta fuori assetto, qualsiasi risultato ha un costo nascosto. Anche il successo. Anche la crescita. Anche la carriera. È per questo che tante persone arrivano a un punto in cui “non riescono più a godersi” quello che hanno costruito. Non perché non siano grate. Ma perché il corpo e il sistema non ci stanno più dentro.
Questa non è una questione emotiva. È una questione strutturale.
Dal 2026 in poi io non parlerò di stress come se fosse il problema. Parlerò di allerta cronica, di consumo interno, di sistemi che reggono troppo a lungo senza riallinearsi. Perché è lì che si gioca la partita vera. Non nel rilassarsi di più, ma nel tornare a funzionare senza essere costantemente in difesa.
Se questa distinzione ti disturba, è normale. Vuol dire che tocca qualcosa di reale. Se invece ti senti sollevato leggendo queste righe, probabilmente hai appena dato un nome a qualcosa che senti da tempo ma che non avevi mai messo a fuoco.
IL PROBLEMA NON È CAMBIARE: È CONTINUARE COSÌ
A un certo punto molte persone arrivano a una conclusione che sembra logica, ma non lo è: “Devo cambiare”. Cambiare lavoro, cambiare ruolo, cambiare vita, cambiare direzione. È una tentazione forte, soprattutto quando la fatica interna cresce e il piacere cala. Il cambiamento diventa una promessa di sollievo.
Ma nella maggior parte dei casi non è il contesto il problema. È l’assetto con cui ci stai dentro.
Vedo persone che cambiano tutto e si ritrovano, dopo qualche mese o qualche anno, nello stesso stato interno di prima. Magari in una situazione diversa, più libera sulla carta, ma con la stessa tensione di fondo, lo stesso rumore mentale, la stessa difficoltà a sentire continuità. Questo perché il disallineamento non si risolve spostandosi. Si porta con sé.
Il vero errore è credere che la fatica sia il segnale che qualcosa non va più fatto. Spesso è il segnale che qualcosa non va più retto nello stesso modo. Continuare così è il problema, non perché tu stia sbagliando, ma perché stai usando un assetto che non è più adatto alla persona che sei diventata.
C’è un momento, nella vita adulta, in cui le strategie che ti hanno permesso di arrivare fin lì smettono di essere sostenibili. Non smettono di funzionare. Smettono di essere giuste. E questa è una distinzione che cambia tutto.
Continuare a funzionare a costo di tensione costante è una forma raffinata di auto-sacrificio. Non fa rumore. Non fa notizia. Non ti fa sembrare in difficoltà. Ma consuma lentamente la lucidità, il corpo, le relazioni, la qualità delle decisioni. Ti ritrovi a fare le stesse cose di prima, ma con meno presenza. A decidere, ma senza sentirti davvero dentro le scelte. A vivere, ma in modalità contratta.
Quando questo accade, la risposta non è spingere di più né mollare tutto. È riallineare.
Riallineare significa guardare in faccia una cosa scomoda: che non puoi continuare a vivere come se fossi la persona di dieci anni fa. Non perché sei peggiorato, ma perché sei cambiato. Hai più responsabilità, più consapevolezza, più complessità. Pretendere di reggere tutto con lo stesso assetto è irrealistico.
Il punto non è cambiare vita. È tornare ad abitarla.
Dal 2026 io lavoro solo su questo. Non accompagno fughe in avanti. Non sostengo rivoluzioni impulsive. Non vendo l’idea che “basta avere coraggio” o “basta volerlo davvero”. Lavoro con persone che non vogliono scappare dalla propria vita, ma sentono che così com’è non possono più starci dentro bene.
Riallineare significa ridare coerenza tra identità, corpo e direzione. Significa smettere di vivere in compensazione. Significa togliere il freno a mano che non sapevi nemmeno di avere tirato. Non per andare più veloce, ma per smettere di consumare energia inutile.
Se senti che cambiare tutto ti spaventa, ma continuare così ti pesa, sei esattamente nel punto di mezzo di cui parlo. Ed è l’unico punto da cui ha davvero senso lavorare.
QUESTO SPAZIO NON È PER TUTTI (ED È VOLUTO)
Dal 2026 questo spazio non sarà accogliente nel senso comune del termine. Non perché voglia escludere per principio, ma perché includere tutti è il modo più rapido per non aiutare davvero nessuno.
Qui non troverai incoraggiamenti generici.Non troverai frasi motivazionali.Non troverai la promessa che “andrà tutto bene”.
Troverai una posizione chiara: non tutto va sistemato spingendo, e non tutte le persone hanno bisogno di cambiare vita per stare meglio. Molte hanno bisogno di smettere di tradirsi nel modo in cui continuano a viverla.
Questo spazio è pensato per chi ha già retto abbastanza. Per chi non cerca soluzioni facili perché ha capito, spesso a sue spese, che le soluzioni facili non durano. Per chi non vuole mollare, ma nemmeno continuare a consumarsi in silenzio.
Non è per chi vuole essere rassicurato.Non è per chi cerca tecniche da applicare senza mettersi in discussione.Non è per chi confonde il fare rumore con il fare strada.
È per chi sente che qualcosa, dentro, non torna più come prima. Non in modo drammatico, ma persistente. È per chi si accorge che il corpo manda segnali sempre più chiari, che le decisioni richiedono più sforzo, che la vita è diventata una sequenza di cose da reggere invece che uno spazio da abitare.
Dal 2026 non scriverò per convincere. Scriverò per rendere evidente. Evidente se sei nel posto giusto. Evidente se non lo sei. Perché perdere tempo a parlarsi addosso è una forma elegante di evitare il punto.
Questo spazio non promette trasformazioni spettacolari. Promette qualcosa di più raro: continuità. La possibilità di fare le stesse cose con meno attrito interno. Di decidere senza sentirsi sempre sotto pressione. Di reggere responsabilità senza pagare ogni volta con il corpo o con la presenza.
Se leggendo queste righe senti resistenza, va bene. Vuol dire che non è il tuo momento, o non è il tuo linguaggio. Se invece senti una strana calma, come quando qualcuno finalmente nomina una cosa che sapevi già, allora probabilmente sei esattamente il tipo di persona per cui questo spazio esiste.
Dal 2026 in poi non lavorerò per essere seguito. Lavorerò per essere riconosciuto. Da chi è pronto a fare un lavoro serio, adulto, non appariscente, ma profondamente trasformativo nel tempo.
Non perché io sia migliore. Ma perché so esattamente dove non voglio più stare.
E da qui in avanti, scriverò solo da lì. Dott. Alessandro Garau - ARMONIA™ — Riallineamento profondo per chi non vuole consumarsi




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