Non è una crisi esistenziale: sei fuori assetto
- Dott. Alessandro Garau

- 30 dic 2025
- Tempo di lettura: 8 min

Il grande equivoco dei “problemi esistenziali”
Quando una persona digita “problemi esistenziali” su Google, raramente sta cercando filosofia. Sta cercando un nome per qualcosa che sente addosso da tempo e che non riesce più a spiegarsi. Una sensazione di vuoto, di scollamento, di fatica interna che non coincide con ciò che vede all’esterno della propria vita. Il punto è che chiamarla “crisi esistenziale” è quasi sempre un errore di diagnosi.
Non perché il disagio non sia reale. Ma perché il problema non è esistenziale.
Nella maggior parte dei casi, chi parla di problemi esistenziali non è in crisi nel senso classico del termine. Non ha perso tutto, non è senza direzione, non è bloccato. Al contrario: spesso lavora, regge, decide, va avanti. Dall’esterno la vita sembra funzionare. Ed è proprio questo che rende il disagio più difficile da legittimare.
Allora si cerca una spiegazione “alta”, astratta, quasi nobile: esistenziale. Come se il problema fosse il senso della vita, le grandi domande, il perché di tutto. Ma molto più spesso il nodo è molto più concreto e molto meno romantico: stai vivendo fuori assetto.
Essere fuori assetto significa che il modo in cui stai vivendo oggi non è più coerente con la persona che sei diventato. Non perché tu abbia sbagliato strada, ma perché sei cambiato. Hai più responsabilità, più consapevolezza, più complessità interna. E continui a usare assetti, strategie, posture interiori che funzionavano in un’altra fase della tua vita.
Il risultato non è il crollo. È il logoramento.
Chi è fuori assetto non smette di funzionare. Anzi, spesso funziona fin troppo bene. Tiene insieme, compensa, regge. Ma lo fa a costo di una tensione interna costante, di una perdita di presenza, di una sensazione di vivere “di testa” più che dall’interno. Non è una crisi che esplode. È una frizione che consuma.
Chiamare tutto questo “problemi esistenziali” ha un effetto collaterale importante: sposta il focus nel posto sbagliato. Porta a cercare risposte concettuali a un problema strutturale. Porta a interrogarsi sul senso quando il problema è l’assetto. Porta a pensare che manchi qualcosa, quando in realtà qualcosa è fuori allineamento.
Il punto non è trovare un nuovo significato alla vita. Il punto è smettere di vivere in compensazione.
Molte persone che si definiscono in crisi esistenziale non hanno bisogno di cambiare tutto, né di rivoluzionare la propria vita. Hanno bisogno di rimettere coerenza tra identità, corpo e direzione. Hanno bisogno di smettere di adattarsi a una forma che non li rappresenta più. Hanno bisogno di riallineamento, non di risposte filosofiche.
Questo articolo parte da qui: dal rifiuto dell’etichetta “problemi esistenziali” come spiegazione comoda ma fuorviante. Perché finché chiami esistenziale ciò che è strutturale, continuerai a cercare soluzioni sbagliate. E continuerai a sentirti in difetto per qualcosa che, in realtà, non è una mancanza tua.
Non sei in crisi perché non trovi il senso. Sei fuori assetto perché stai reggendo troppo a lungo in una forma che non ti appartiene più.
E finché non sposti lo sguardo da “cosa mi manca” a “come sto vivendo”, il disagio resterà lì. Cambierà nome. Non sostanza.
Perché il disagio cresce anche quando la vita “va bene”
Uno degli aspetti più destabilizzanti dei cosiddetti problemi esistenziali è che spesso compaiono quando non c’è un motivo evidente per stare male. Il lavoro c’è. Le relazioni ci sono. La vita, sulla carta, è in ordine. Ed è proprio questa apparente normalità che rende il disagio più difficile da riconoscere e ancora più difficile da spiegare.
Se tutto va bene, perché mi sento così?
La risposta non sta in ciò che stai vivendo, ma nel modo in cui lo stai vivendo. Quando sei fuori assetto, il disagio non nasce da una mancanza esterna, ma da una incoerenza interna. Continui a muoverti in una vita costruita con criteri validi in passato, ma che oggi non risuonano più con chi sei diventato.
Questo scollamento non arriva come una crisi improvvisa. Arriva lentamente. All’inizio è solo una sensazione di fatica in più. Poi diventa una perdita di entusiasmo. Poi una difficoltà a sentire davvero soddisfazione anche quando ottieni ciò che volevi. Non sei infelice, ma non sei nemmeno pienamente presente. Vivi, ma con una parte di te sempre leggermente indietro.
Il punto chiave è che la crescita personale non è lineare. Cambi, maturi, accumuli esperienze, responsabilità, consapevolezza. Ma l’assetto con cui affronti la vita spesso resta fermo. Continui a reggere con la stessa postura interna, gli stessi automatismi, le stesse strategie di adattamento. Strategie che ti hanno permesso di andare avanti, ma che ora iniziano a chiedere un prezzo.
Questo è il momento in cui molte persone iniziano a parlare di problemi esistenziali. Perché il disagio non ha una causa immediata. Non puoi attribuirlo a un evento, a una perdita, a un fallimento. E allora sembra che il problema sia “più profondo”, più vago, più difficile da afferrare.
In realtà è molto concreto.
È il risultato di un sovraccarico silenzioso. Un accumulo di tensione, aspettative, adattamenti continui che non vengono mai davvero scaricati. Continui a funzionare, ma il sistema non si resetta più. Il corpo resta in allerta, la mente resta vigile, le emozioni vengono tenute sotto controllo. Non per scelta consapevole, ma perché è l’unico modo che conosci per andare avanti.
Col tempo, questa modalità diventa la norma. E ciò che all’inizio era una risposta temporanea si trasforma in una condizione stabile. Non vivi più momenti di vera distensione. Anche quando ti fermi, una parte di te resta tesa. Anche quando ti rilassi, non ti senti davvero a casa.
Qui nasce il vero disagio. Non perché la vita non abbia senso, ma perché tu non ti senti più dentro la tua vita.
Continuare a chiamare tutto questo crisi esistenziale rischia di portarti fuori strada. Ti spinge a cercare risposte astratte quando la richiesta è concreta: rimettere assetto. Tornare a una forma di vita che sia sostenibile non solo all’esterno, ma anche dall’interno.
Il disagio cresce non perché stai sbagliando qualcosa, ma perché stai continuando a vivere bene una vita che non è più allineata a te. E nessuna risposta filosofica può risolvere un problema di assetto.
Serve un cambio di sguardo. E da lì, un lavoro diverso.
Quando il sistema regge, ma tu ti stai consumando
Il motivo per cui il disagio legato ai cosiddetti problemi esistenziali è così difficile da intercettare è semplice: il sistema continua a reggere. La vita non crolla. Le responsabilità vengono mantenute. Le decisioni vengono prese. I ruoli restano in piedi. E proprio perché tutto questo accade, il consumo interno passa inosservato.
Quando sei fuori assetto, non vivi in emergenza. Vivi in allerta cronica. Una condizione in cui il corpo e la mente non tornano mai davvero a zero. Non sei sempre sotto pressione, ma non sei mai completamente rilassato. Non sei in pericolo, ma non ti senti al sicuro abbastanza da mollare.
Il sistema nervoso impara a funzionare così. La mente prende il comando, il corpo si adatta, le emozioni vengono filtrate. Non perché tu non voglia sentirle, ma perché sentirle fino in fondo rallenterebbe un meccanismo che deve continuare a funzionare. E tu non ti senti autorizzato a fermarlo.
Questo è il punto in cui il consumo diventa strutturale.
Non parliamo di burnout evidente, di crisi manifeste, di sintomi eclatanti. Parliamo di una erosione progressiva della presenza, della vitalità, della capacità di sentire piacere e continuità. Le giornate scorrono tutte uguali, non perché siano vuote, ma perché vengono attraversate in modalità operativa.
Il corpo, in tutto questo, è il primo a pagare. Tensioni che non si sciolgono. Sonno che non rigenera davvero. Fatica che non scompare nemmeno nei periodi più tranquilli. Segnali piccoli, ma costanti. La mente li interpreta come normali, inevitabili, parte del pacchetto. E così facendo, li normalizza.
Ma normalizzare non significa risolvere.Significa abituarsi.
Il consumo silenzioso funziona proprio così: ti abitui a vivere con meno energia, meno spazio interno, meno contatto. Non perché tu stia rinunciando consapevolmente a qualcosa, ma perché non sai più com’è vivere senza quella tensione di fondo. È diventata la tua baseline.
Qui molti commettono un errore ulteriore: cercano di “gestire meglio” la situazione. Più organizzazione, più controllo, più ottimizzazione. Tutte strategie che migliorano il funzionamento, ma peggiorano l’assetto. Perché rinforzano l’idea che il problema sia quanto fai, non come stai mentre lo fai.
Quando il sistema regge ma tu ti stai consumando, la domanda giusta non è “cosa devo cambiare?”. È “quanto mi costa continuare così?”. Finché non ti poni questa domanda, continuerai a chiamare esistenziale qualcosa che è fisiologico.
Il disagio che senti non è un mistero da interpretare. È un segnale da leggere. Sta dicendo che la forma di vita che stai conducendo non è più compatibile con il tuo livello di complessità, di consapevolezza, di maturità. Non perché tu debba fare di meno, ma perché devi fare da un assetto diverso.
Se ignori questo passaggio, il sistema continuerà a reggere ancora per un po’. Ma il prezzo lo pagherai tu. Non in un colpo solo. A rate. Ogni giorno un po’ meno presenza, un po’ meno vitalità, un po’ meno senso di continuità.
E nessuna risposta esistenziale potrà compensare questo scollamento.
Non serve capire di più: serve rimettere assetto
A questo punto diventa chiaro perché parlare di problemi esistenziali è spesso fuorviante. Perché porta a cercare risposte dove non servono. Ti spinge a pensare che tu debba capire di più, scavare di più, trovare una spiegazione più profonda. Ma il disagio che stai vivendo non nasce da una mancanza di comprensione. Nasce da una mancanza di allineamento.
Non è che non sai chi sei. È che stai vivendo con un assetto che non è più coerente con chi sei diventato.
Per questo continuare a interrogarti sul senso rischia di diventare una trappola raffinata. Più cerchi spiegazioni, più resti fermo. Più analizzi, più rimandi l’unica cosa che davvero serve: rimettere coerenza tra identità, corpo e direzione. Non per cambiare vita, ma per tornare ad abitarla.
Riallineare non significa smontare tutto. Non significa rinunciare, ridurre, arretrare. Significa smettere di vivere in compensazione. Smettere di chiedere alla testa di reggere ciò che il corpo segnala come forzato. Smettere di normalizzare una tensione di fondo che non è inevitabile, ma solo diventata abituale.
Quando l’assetto torna, non succede nulla di spettacolare. Non c’è una rivelazione. Non c’è un prima e un dopo netto. Succede qualcosa di molto più concreto: le stesse cose iniziano a costare meno. Le decisioni diventano più pulite. Le giornate smettono di essere tutte uguali. Il recupero torna possibile. Non perché fai meno, ma perché non stai più andando contro di te.
Questo è il punto che separa chi continuerà a vivere una vita corretta ma faticosa da chi sceglie di vivere una vita sostenibile. E sostenibile non significa comoda. Significa compatibile. Con il tuo sistema nervoso. Con il tuo corpo. Con la fase di vita in cui ti trovi.
Molte persone aspettano un evento esterno per fermarsi: una crisi, un sintomo, un blocco evidente. Altre scelgono di intervenire prima, quando il segnale è ancora sottile ma chiaro. Non perché siano più deboli, ma perché sono più lucide. Hanno capito che continuare così non è una virtù, è solo inerzia.
Se ti riconosci in quello che hai letto, non c’è nulla da “aggiustare” in te. Non sei rotto. Non sei in crisi. Non sei mancante. Sei semplicemente fuori assetto. E questa è una buona notizia, perché ciò che è fuori assetto può essere riallineato.
Non serve capire di più.Serve smettere di vivere contro la tua stessa struttura.
Da qui in poi, il lavoro non è trovare risposte esistenziali.È rimettere assetto per durare nel tempo.
E quando l’assetto torna, anche le domande cambiano. Diventano più semplici. Più concrete. Più vivibili.
Se quello che hai letto ti risuona, non cercare altre spiegazioni. Fermati un momento e chiediti solo questo: quanto mi costa continuare a vivere così?
Se senti che è arrivato il momento di rimettere assetto — senza stravolgere la tua vita, ma tornando ad abitarla — puoi approfondire il mio lavoro sul riallineamento interno e sul metodo ARMONIA.
Non è un percorso per tutti. È per chi ha già retto abbastanza. Dott. Alessandro Garau - Riallineamento interno e sostenibilità personale per adulti competenti




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